Alessandro Riberi

“L’uomo deve saper vivere e saper morire, rincresce l’abbandono della vita a chi la visse senza proposito, non a chi ha coscienza di’averla utilmente spesa”, così il Commendator Alessandro Riberi (1), medico di S.M. il Re e della Reale Famiglia, Senatore del Regno, si rivolse a coloro che gli erano accanto il 18 novembre 1861, giorno in cui morì e questa frase riassume lo spirito con cui ha vissuto uno dei Grandi della Val Maira.

riberiCon la sua vita percorre un periodo intenso di avvenimenti che lo vedono partecipare con tutta la sua carica di positività alla riorganizzazione della disciplina medica civile e militare, una vita vissuta con determinazione e dedizione assoluta al suo lavoro.
Non si sposò, dormiva mediamente 4 o 5 ore per notte, mai presente a pranzi di gala o feste, per lui esisteva solo lo studio e la dedizione al lavoro, divenne proverbiale allora dire “pranzo alla Riberi” per indicare la frugalità a tavola e rimase a lungo memoria in valle delle sue abitudini spartane e della sua figura.
Ancora all’inizio del secolo scorso Marianna Lombardi, classe 1870, ricordava ai nipoti che “Alessandro Riberi percorreva la valle a piedi con le scarpe legate con un cordino in spalla per risparmiare le suole”.
Figlio di Francesco Antonio “dedito a arte geometrica e a cose di commercio” e di Elisabetta Giordana, nasce a Stroppo il 10 aprile 1794, aveva due fratelli, uno più vecchio, Pietro Antonio, che si incamminò con successo nella carriera ecclesiastica e uno più giovane, Martino, padre dell’Avvocato e Deputato Antonio Riberi (2).
Orfano di madre (morta in seguito a un parto difficile) a 5 anni, studiò lettere e filosofia a Saluzzo dove uscì dal collegio col primo premio.
Nel 1810 si iscrive alla Facoltà di Medicina a Torino, nel 1813 ottiene per meriti un posto nel “Collegio delle Province” che aveva allora preso il nome di “Pritanèo Imperiale”, luogo dove studiavano i figli della aristocrazia piemontese, si laurea a pieni voti in Chirurgia nel 1815 e nel 1817 consegue la laurea in Medicina a Genova.
Questi eventi vanno però letti nel loro contesto storico.
Nel ‘700 il chirurgo operava in modo subordinato al medico che ordinava le operazioni, la chirurgia era considerata “arte confusa nelle corporazioni dei mestieri”(3) fu in seguito alla rivoluzione francese che questa impostazione si modificò.
In Piemonte la chirurgia cominciò a affermarsi con la dominazione francese e Alessandro era studente a Torino quando Napoleone, che aveva cinto la Corona Ferrea a Milano nel 1805, fu sconfitto a Lipsia, le potenze alleate entravano vittoriose nel territorio francese e in Piemonte ci fu una chiamata al servizio militare.
Si stava preparando a andare in guerra, quando il padre, a sua insaputa e “temente che tanta lusinghiera speranza andasse a dileguare”, raccolse i fondi necessari alla “surrogazione” per dispensarlo dal servizio militare, somma che volle poi restituire con i primi guadagni.
Con la Restaurazione si cercò di ripristinare la situazione precedente in tutte le sfere della società, compreso il mondo accademico e fece scalpore la dichiarazione che fece all’esame di aggregazione al “collegio di chirurgia” sostenuto nel 1816 : “non minus chirurgo medicina quam chirurgia medico opus est” , con cui esprimeva una convinzione che avrebbe caratterizzato il suo operato.
In quell’anno per quella affermazione “molte ciglia s’inarcarono, molti visi si rabbuiarono, grave fu lo scandalo” (4), infatti l’anno prima era iniziata la Restaurazione, le facoltà di chirurgia e medicina erano di nuovo separate e i migliori accademici dell’Ateneo torinese erano stati espulsi, ma lui ebbe il coraggio di affermare le sue certezze.
Per Riberi occorreva “liberare la scienza dall’intemperante dogmatismo delle scuole, darle un’indole pratica, farla vera e genuina interprete dei fatti sperimentali” e infatti nel 1844 fu lui a promuovere nuovamente la fusione delle facoltà di medicina e chirurgia
Nel 1821, dopo i moti rivoluzionari, fu in qualche modo sospettato dal “permaloso Censore dell’Università”, tra i due non corse buon sangue e quest’ultimo, anche se nei confronti del Riberi non poté procedere, gli dichiarò “in modo irato” che “non si avvisasse mai di conseguire la carica di professore finché lui avesse conservata la carica di Censore dell’Università”, ma le cose andarono diversamente.
Dopo l’incontro col Censore avvisò subito i colleghi dei quali era certo dell’arresto e indicò loro vie di fuga sicure attraverso le valli Maira, Stura e Varaita che conosceva bene, per quanto riguardava la minaccia nei suoi confronti, essa inciampò in altro modo.
Il caso volle che Riberi fosse presente quando il figlio del Ministro Rogé-de-Chollet cadde da cavallo in piazza San Carlo, lo raccolse esanine, lo trasportò a casa sua e lo curò con successo, così, anche in presenza di “vivissime opposizioni”, ottenne le cariche di Professore sostituto di chirurgia e di chirurgo maggiore delle Guardie del Corpo di S.M..
Inizia qui la sua carriera che lo vedrà raggiungere i massimi livelli sia nel mondo accademico che, in particolare, in quello militare.
L’anno dopo subentra al prof. Geri nella cattedra di clinica operativa, nel 1843 presiede il Consiglio superiore di Sanità, membro dell’Accademia delle scienze, presidente della Reale Accademia di Medicina, Capo del Servizio Sanitario della Real Casa, questi solo alcuni dei suoi incarichi.
Ristrutturò il Servizio Sanitario Militare e il corpo di spedizione in Crimea nel 1855 presentò le sue innovazioni, i servizi militari di guerra, le ambulanze, gli ospedali da campo agli alleati.
“In mezzo a una generale disorganizzazione, il piccolo esercito piemontese rifulse per la meravigliosa preparazione del servizio sanitario” (6), sulle alture di Balaklava la nostra fanteria allestì un ospedale con 500 posti, ciascuno con pagliericcio e materasso e un altro fu eretto dalla marina (nel solo contingente piemontese, composto da 15.000 soldati, vi furono 2.728 casi di colera con 1.230 morti, tra cui il Gen. Alessandro Lamarmora, 901 casi di scorbuto e 647 casi ti tifo).
Fu eletto Deputato nel collegio di Dronero, collegio che fu poi di Giolitti, nel 1848 e Senatore del Regno nel 1849 dichiarandosi “fortunato se potrò corrispondere alle aspettazione dei miei convalligiani” (5).
Lasciò il Piemonte solo per motivi professionali, una prima volta nel 1849 per raggiungere l’ex re Carlo Alberto morente a Oporto, poi nel 1855 per seguire a Parigi e a Londra Vittorio Emanuele II e per stargli accanto nelle campagne militari.
Curò nobili, potenti e gente del popolo, tutti per lui erano uguali e quando fu chiamato al capezzale di Cavour morente che abitava vicino all’ospedale, non poté andare perché stava operando, “non posso abbandonare una povera madre di famiglia”(7) e non ritirò mai l’onorario che gli spettava dall’Ospedale maggiore di S. Giovanni, che destinò sempre a interventi strutturali a beneficio dei degenti.
Una profonda amicizia personale lo legava a Carlo Alberto, alla notizia della sua malattia lo raggiunse in esilio e gli fu accanto fino all’ultimo per cercare di alleviargli le sofferenze.
“Le voglio tanto bene, caro Riberi, ma muoio”, le ultime parole dell’ex re furono per a lui.
I contemporanei dissero che dopo la morte dell’amico il professor Riberi invecchiò rapidamente, i capelli nerissimi divennero rapidamente bianchi, sopraggiunsero problemi di cuore, che già avevano colpito il padre e un fratello, ma lui non smise di lavorare “quando non potrò più andare all’Ospedale di S. Giovanni, mi farò recare in sedia”, ma cominciarono i ritardi e quando la malattia si aggravò uso su di lui “l’arte delicatissima del diagnostico” in cui era maestro e non accettò più consigli da nessuno.
Era sua abitudine nella bella stagione, a fine giornata, fare brevi passeggiate nei viali del Valentino o sotto i portici di via Po dove la gente lo vedeva arrivare da lontano perché sovrastava tutti dall’alto dei suoi 192 cm, mi piace pensarlo così, in mezzo ai suoi allievi a discutere mentre la gente gli fa largo.
Il suo motto era “etsi omnes ego non”, anche se così fanno tutti, io no .
Una bella foto ritrae Giolitti accanto al monumento eretto in suo onore a Stroppo, quella immagine è lo specchio di una valle che un tempo ha saputo dare intelligenze e energie alla società civile di cui si sentiva parte integrante e viva.
E’ passato molto tempo da allora. 

Mariano Allocco

(1) I Riberi sono originari della frazione di S. Martino, un Martino Riberi fu sindaco a Stroppo e deputato presso il Marchese Ludovico I° nel 1445.
(2) Antonio Riberi finanziò in vita con la somma di £ 150.000 la costruzione dell’ ”Ospedale Alessandro Riberi” in Stroppo e lo dotò di un lascito di £ 100.000 alla sua morte nel 1908.
Nel testamento lasciò anche £ 10.000 per la costruzione della strada del vallone di Elva e £ 10.000 per quella di Marmora.
(3) Nella prima metà del ‘700 in Torino operavano solo due o tre chirurghi.
(4) “Elogio Necrologico del Commendatore Alessandro Riberi”, compilato per la Reale Accademia di Medicina dal Cav. Pietro Marchiandi, letto il 29 giugno 1862.
(5) Antonio Riberi dispose nel testamento di coprire le spese per “la fondazione di un posto gratuito a favore di uno studente di medicina e chirurgia della Valle di stroppo” e lasciò la somma di 30.000 £ “per la costruzione di una strada nella Valle di Stroppo”.
(6) “La medicina militare nella leggenda e nella storia”, A. Canarini, Roma 1929,
(7) “Alessandro Riberi” di Don Rovera, Bollettino Parrocchiale di Stroppo, Giugno 1961.